domenica 13 ottobre 2013

Perché la Pirateria è utile per i musicisti, e l'industria discografica NO

Anche se molti utenti e amanti della musica siano molto preoccupati di quelle ripetute campagne "anti-pirateria", tuttavia continuano diverse falsità e imprecisioni che sono diventati cliché, e che vengono ripetute impunemente ogni volta che si parla di file sharing: che il copyright avvantaggia gli artisti in generale (quando ne beneficiano, forse, uno su cento), che il P2P fa male ai musicisti, quando in realtà li aiuta a fare soldi, e che la condivisione su Internet pregiudica gli affari quando in realtà la produzione di opere è effettivamente aumentata da quando la rete si è diffusa in massa (in piena crisi economica globale).

Per ottenere informazioni equilibrate e rigorose, e non solo propaganda, meglio leggere quello che dicono gli stessi musicisti e alcuni esperti che hanno studiato la materia a fondo in diverse università.

Per favore, piratate le mie canzoni

Ignacio Escolar è un giornalista, blogger e musicista spagnolo. Il suo nome divenne noto soprattutto nell'ambiente copyfight nel 2001, dopo aver pubblicato il suo post, ormai un classico, "Per favore, piratate le mie canzoni". Nell'articolo, chiaramente memorabile, racconta il punto di vista di un vero musicista "sul problema" della condivisione dei file: "Il mio gruppo ha venduto più di 10.000 copie del nostro primo LP" e "ogni anno escono circa 32.000 dischi nuovi nel mercato mondiale e solo 250 convincono più di 10.000 compratori. Solo lo 0,7% dei musicisti che hanno pubblicato un album lo scorso anno (la maggior parte non ha nemmeno fatto dischi) sono stati più fortunati di me", "penserete che nuoti nel denaro. O, almeno, che viva degnamente delle mie capacità musicali. Quanto ricava dalla sua professione uno che fa parte di quei 0,7% più fortunati?". Escolar confessa, i ricavi di un musicista che ha venduto 10.000 album, ed è nello 0,7% dei più privilegiati tra coloro che hanno registrato un disco ... è pari a 77 dollari al mese!. Una cifra ottenuta dividendo il totale guadagnato di 2.800 dollari in tre anni di sforzi nel far arrivare i propri LP nei negozi. Senza dubbio, è un'altra storia quando si fanno i conti delle esibizioni dal vivo: in tale attività, il musicista ha la possibilità di guadagnare molto più denaro rispetto alla vendita dei dischi. Con un ricavo tra 100 e 300 dollari per esibizione, come Escolar precisa, è chiaro che con un concerto al mese, il musicista può guadagnare più del doppio di quello che riceve dai dischi "Come tutti i musicisti che hanno fatto i conti, sono più redditizi 100.000 fan pirati che riempiono i miei concerti che 10.000 originali".

Questo panorama economico sfortunato che l'industria discografica riserva ai musicisti, non è l'eccezione, è la norma in tutto il mondo. Secondo il rapporto 2009 di Nielsen Report citato da Billboard solo il 2% dei dischi pubblicati negli Stati Uniti ha venduto più di 5000 unità. Una ricerca diffusa su techdirt.com indica che per ogni $1.000 incassati, il musicista ne ottiene ... $23!.

Occorre inoltre precisare che spesso il musicista deve destinare la propria quota a coprire certe spese che la casa discografica non vuole farsi carico. E succede anche per le band che vendono un sacco di dischi e hanno più potere di negoziare: come Courtney Love ha spiegato nel suo famoso discorso tenuto oltre 10 anni fa, nel "Digital Hollywood Online Entertainment Conference": dei due milioni di royalties guadagnati con la vendita di un milione di dischi, la band dovrà pagare la registrazione, i costi di promozione e un numero infinito di spese, al punto tale che il guadagno netto finisce per essere ... zero! , anche se l'industria logicamente, ne ha tirato fuori diversi milioni di euro ...

Courtney ha iniziato così la sua conferenza: "Oggi voglio parlare di pirateria e musica. Che cosa è la pirateria? La pirateria è l'atto di rubare il lavoro di un artista senza alcuna intenzione di pagare per questo. Non sto parlando di software tipo Napster. Sto parlando di contratti discografici da etichette importanti". È per questo che star come Lyle Lovett, che hanno venduto 4,6 milioni di copie, e la band "30 Seconds to Mars", che ha vinto un disco di platino ... non hanno mai visto un soldo dalla vendita dei loro dischi. Cosa rimane per coloro che non sono famosi? Evidentemente il motivo per cui i musicisti ottengono condizioni così poco convenienti, è la capacità di coprire i costi di registrazione di un album, e ottenere la distribuzione. Il denaro, come tutti sanno, viene dai concerti, non è una novità del P2P.

(Tuttavia, nessuno sembra strapparsi le vesti per questo modo di fare soldi a costo di non lasciare nulla ai musicisti, però, servilmente molti si dedicano a difendere un business dal quale non ricevono dividendi).

Sostituzione o promozione?

Fino all'avvento di internet, il valore strategico dell'industria discografica per il musicista non era solo la possibilità di registrare un album e (forse) fare soldi con i diritti contrattuali. Firmare per una major significava promozione: entrare nelle trasmissioni delle radio, comparire negli spot in televisione, entrare nel circuito delle persone note e delle interviste dei media specializzati, ecc. In breve, ad eccezione di alcuni generi musicali che si basano su mecenatismo, la capacità di fare soldi con la musica è direttamente correlata al fatto di essere conosciuti dal pubblico per essere musicisti, e gli unici che potevano fare in modo che succedesse erano le case discografiche. Fino a quando è arrivato Internet ...

Quello che Nacho Escolar ha fatto notare nel suo articolo sulla convenienza della distribuzione "pirata", è semplicemente chiamato "effetto promozionale" della condivisione dei file, ovvero, quando gli utenti gratuitamente si occupano di fare quello che prima era la pubblicità delle case discografiche, e attraverso la copia e la raccomandazione, scaricare direttamente tramite p2p, diffondere il tuo artista preferito e renderlo più conosciuto. Tuttavia, nei discorsi fatti dall'industria, questo effetto non è mai menzionato. Si insiste solo sull' "effetto di sostituzione", quando un utente compra un disco che si sarebbe dovuto acquistare, se non fosse stato scaricato dalla rete.

Tuttavia, qual'è più forte? l'«effetto di sostituzione» o l'«effetto promozione». Qui sta il cuore del problema. Lo hanno analizzato all'Università di Harvard, però pazienza, ci arriveremo.

Dal vinile al CD

In pieno picco di Napster, effettivamente, i numeri delle case discografiche erano disastrosi. Ovviamente il "colpevole" per l'industria era il nuovo attore della "distribuzione della musica" che era emerso dalla rete, e gli utenti negligenti che rippavano i CD in formato MP3.

Seung-Hyun Hong è un laureato di Stanford, e nel 2004 ha pubblicato un articolo intitolato “The Effect of Napster on Recorded Music Sales: Evidence from the Consumer Expenditure Survey” ("L'Effetto di Napster sulle vendite delle Registrazioni Musicali: la prova dalle indagini sugli acquisti", che in seguito divenne la sua tesi di dottorato). Dopo aver studiato i dati raccolti attraverso il "Consumer Expenditure Survey", un ente governativo che rileva i dati di consumo negli Stati Uniti, ha concluso che "l'effetto Napster" potrebbe spiegare solo il 20% del calo delle vendite, ma non l'altro 80%. Che cosa stava succedendo allora? Ecco la spiegazione che ha trovato Seung-Hyun Hong: dagli anni '90, con la divulgazione dei Compact Disc, i consumatori - per diversi anni - si sono impegnati nel sostituire le loro vecchie collezioni in vinile nel nuovo formato. Il momento della comparsa di Napster ha coinciso con la conclusione di questo periodo di vendite straordinarie dei CD, quindi non c'erano LP da sostituire il che ha spiegato la pendenza della discesa.

Qualcosa di simile a questo ci ricorda il dialogo di Casciari e "la Chiri" nell'ultimo orsai:
- ho comprato il disco in vinile Piano Bar nell'85. Piano Bar in cassetta nell'89 . Piano Bar su compact disc nel 98. In altre parole, l'ho comprato tre volte. Quattro anni fa, quando il CD è morto, ho scaricato Piano Bar da Internet.
-Sei un maledetto pirata figlio di puttana, mi ha detto la Chiri - spero che ti mettano in prigione a te e a tutta la tua famiglia stai togliendo il cibo dalla bocca da molte persone del settore!

Promozione gratuita ... o pagata dagli utenti

Hong ha concluso che la cosidetta pirateria ha avuto un'influenza inferiore all'80% di quanto detto dal settore, tuttavia, per avere una prospettiva economica più ampia, ci sono altri fattori positivi da considerare.

Secondo la ricerca condotta da David Blackburn dell'Università di Harvard, "On-line Piracy and Recorded Music Sales" per la sua tesi di dottorato, ci sono due effetti del file sharing sul consumo della musica. Si tratta di quello che abbiamo anticipato all'inizio: da un lato, un "effetto di sostituzione", con conseguente calo delle vendite, ma dall'altra un "effetto promozionale" che le incrementa. Secondo quanto ha indagato Blackburn, il primo è più notevole per artisti popolari, e il secondo meno. Dopo aver effettuato le stime Blackburn conclude che l'effetto complessivo della condivisione di file è utile per il 75% degli artisti che vedono incrementate le loro vendite, anche se negativo per le grandi società discografiche, in quanto incide negativamente sulle vendite degli artisti più popolari che sono quelli che generano più entrate. Come si può vedere, gli interessi economici dell'industria e degli artisti (se si tiene conto di tutti) non necessariamente coincidono.

Ciò è particolarmente evidente in questo altro studio del quotidiano britannico The Times. Per analizzare gli effetti reali della condivisione di file sul mercato della musica il Times ha preso i dati dal "British Recording Industry Association" (Associazione dell'industria fonografica britannica) e "PRS For Music", un gestore collettivo dei diritti britannico. Come si vede nel grafico qui sotto, pubblicato sul sito web di Vía Libre, i ricavi delle case discografiche diminuiscono (arancione) , ma aumentano quelli dei musicisti (blu chiaro). Il pubblico spende più soldi per la musica dal vivo che nel comprare i dischi, cosa della quale beneficiano finanziariamente i musicisti .
Una seconda conclusione traiamo da questo studio, e che va sottolineata, è che se l'effetto promozionale del P2P è benefico per la maggior parte dei musicisti, chi è responsabile del finanziamento del funzionamento di queste reti? La risposta non è complicata: voi. Gli utenti pagano la bolletta internet religiosamente ogni mese, questo denaro rende possibile l'esistenza della rete, e rende possibile questa struttura di promozione e di distribuzione, della quale gli autori delle opere possono usufruire gratuitamente.

Indistinguibile da zero

Pochi anni dopo Blackburn, venne pubblicato un altro noto studio nel "Journal of Political Economy " del Prof. Felix Oberholzer-Gee, anche lui di Harvard e Koleman Strumpf della University of Kansas. Hanno concluso che l'effetto del file sharing sulle vendite era "statisticamente indistinguibile da zero". Questo studio, ampiamente citato, e nel 2004 è passato in rassegna al New York Times al diffondersi della prima bozza. Intervistato dal giornale il professor Oberholzer-Gee ha dato un buon esempio del perché un download non è necessariamente una vendita persa: "Diciamo che io offro un volo gratuito in Florida, quanto è probabile che si decide di andare in Florida? beh, è ​​molto probabile, perché il prezzo è pari a zero. Se non c'è biglietto gratuito, il viaggio in Florida sarebbe altamente improbabile", e lo studio conclude "Mentre i download si verificano su larga scala, la maggior parte degli utenti sono persone che probabilmente non avrebbero mai comprato l'album anche in assenza di condivisione dei file".

Recentemente gli stessi autori hanno presentato la loro ricerca in una conferenza a Vienna, dove affermano con più forza che il P2P incoraggia anche il lavoro creativo: "Il file sharing non ha scoraggiato autori ed editori. La pubblicazione di nuovi libri è aumentata del 66% nel periodo 2002-2007 . Dal 2000, l'uscita di nuovi album è più che raddoppiata, e la produzione di film in tutto il mondo dal 2003, più di 30%". Egli sostiene che "i download P2P aumentano il consumo e il prezzo dei beni complementari, come concerti, che generano entrate dirette per gli artisti" e che "In molti settori, gli incentivi economici diretti svolgono un ruolo molto piccolo nel motivare la creatività".

Cambio di modello

A seguito dei dati forniti dalle ricerche come accennato, i legislatori e i funzionari del settore culturale in alcuni paesi hanno cominciato a considerare positivamente l'effetto del P2P come generatori di ricchezza, e a pensarci due volte prima di dare ascolto solo alle voci minacciose che parlano a nome delle case discografiche (i cui dati sono stati messi in dubbio perfino dal governo degli Stati Uniti) . Il caso del Brasile, è un esempio di questo cambio di direzione, dal processo avviato nel 2003 con l'amministrazione di Gilberto Gil come ministro della Cultura (anche se attualmente questo processo è stato piuttosto stagnante, c'è molto interesse a proseguire).

In breve, se si misura l'effetto globalmente, il file sharing è utile per gli utenti, per i musicisti, forse non per le superstar (che sono proprio l'anello più debole) ed è buono per gli "affari" in generale - se misurato completamente, non solo nella vendita di massa dei dischi, anche da parte di altri attori quali: i fabbricanti e venditori di strumenti musicali, le istituzioni educative, le sale prova, i fornitori di attrezzature, le strutture per le presentazioni dal vivo, e anche (secondo uno studio norvegese) i sistemi di scaricamento commerciali, tra gli altri.

Uniformità contro diversità

Come menzionava lo studio di David Blackburn, la condivisione di file avvantaggia soprattutto gli artisti meno noti e quindi promuove la diversità culturale. Perché la grande industria invece, tende a omogeneizzazione? Poiché la natura stessa dell'attività di distribuzione della musica su supporto fisico (in vinile, cassette, cd) è ciò che promuove l'uniformità dei gusti del pubblico: l'industria discografica è un economia di scala. L'uniformità consente maggiori volumi di produzione e aumenta i guadagni per ogni unità venduta: un milione di album venduti di un singolo artista, generano un profitto molto più elevato per unità rispetto ad un milione di dischi da un migliaio di artisti diversi, con una tiratura di mille dischi ciascuno (che anche generare perdite). È per questo motivo che i soldi per la promozione vanno direttamente a quelli che vendono di più che non a quelli che hanno più bisogno di promozione.

Purtroppo questa dinamica economica che arricchisce l'industria, impoverisce l'offerta culturale. Anche prima di internet e del P2P non c'erano molte alternative a questo modello di distribuzione di musica, ora ci sono, e non sono in contrasto con la diversità. Non meritano la loro occasione, e il sostegno della società e dei suoi rappresentanti?

Il post su Derecho a LEER (Diritto a leggere): Por qué la "piratería" es beneficiosa para los músicos, y la industria discográfica no